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		<title>Sul mare</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 14:09:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un film di Alessandro D&#8217;Alatri. Con Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla, Raffaele Vassallo. D&#8217;amore, drammatico, durata 100 min. Italia 2010. Warner Bros Italia, uscita venerdì 2 aprile 2010. In bilico sul mare, ma soprattutto in bilico sulla vita e sulle emozioni, alla forsennata ricerca di sé. Non c’è niente di più normale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=202&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://movieaholic.files.wordpress.com/2010/04/sul-mare.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-203" title="sul mare" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2010/04/sul-mare.jpg?w=210&#038;h=300" alt="" width="210" height="300" /></a></em></p>
<p><em>Un film di Alessandro D&#8217;Alatri. Con Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla, Raffaele Vassallo.<br />
D&#8217;amore, drammatico, durata 100 min. Italia 2010. Warner Bros Italia, uscita venerdì 2 aprile 2010.</em></p>
<p>In bilico sul mare, ma soprattutto in bilico sulla vita e sulle emozioni, alla forsennata <strong>ricerca di sé</strong>. Non c’è niente di più normale che cercare se stessi a 20 anni e la ricerca dei due protagonisti di <em>Sul mare</em> è delle più classiche: Salvatore e Martina cercano il proprio angolo di mondo e cosa fare di questo una volta scoperto. Del resto, è quello che fa ogni <strong>giovane</strong> della loro età. Solo che Salvatore e Martina lo fanno in quel paradiso terrestre in miniatura chiamato <strong>Ventotene</strong>.<br />
Lui sull’isola ci è nato e cresciuto e lì ha ciò che di più prezioso gli ha regalato la vita: il <strong>mare</strong>. Quello stesso mare che gli permette di racimolare un po’ di soldi d’estate, quando splendide <strong>turiste</strong>, in odore di crema solare, affollano il molo, alla ricerca di avventure brevi e intense. Salvatore ci sa fare con le ragazze. Madre natura gli ha donato la classica bellezza mediterranea e, quando accompagna le sensuali e scatenate forestiere a fare il giro dell’isola sulla sua piccola barca, asseconda con piacere la loro voglia di facile divertimento. Fino al momento in cui sulla sua barca sale Martina, neanche troppo bella, ma così diversa dalle altre, con la sua aria sfuggente e dura, l’inclinazione al silenzio, gli inaspettati e improvvisi frammenti di dolcezza che scalfiscono per un attimo la corazza da volitiva, indossata per celare le mille debolezze e fragilità.</p>
<p>Quella di Salvatore e Martina è la più classica delle <strong>storie d’amore</strong>, almeno di quelle viste al cinema. Il loro è l’incontro/scontro di due universi totalmente contrapposti, che per questo si attraggono inesorabilmente. Lui è <strong>povero</strong> e si arrabatta come può, con quella doppia vita sempre uguale, che lo porta a fare il barcaiolo d’estate e l’operaio in nero d’inverno. Lei è la tipica ragazza <strong>benestante</strong> e anche un po’ viziata, a cui non è mai mancato niente, ma che non ama la sua vita e non sa neanche perché. Entrambi cercano una <strong>svolta</strong> alla propria esistenza. Lui la trova nell’<strong>amore</strong>, quello stesso amore che gli dona l’equilibrio, ma al tempo stesso gli fa tremare la terra sotto i piedi, scordare come si cammina e rifiutare il suo unico punto di riferimento, il mare. Lei la trova nell’<strong>avventura</strong> estiva e nel contatto con il selvaggio, che la spinge al coraggio di cambiare e di abbandonarsi finalmente alla sua vera natura e ai suoi desideri, diversi da quelli che le hanno imposto fino a quel momento.</p>
<p>La forza del nuovo film di <strong>Alessandro D’Alatri</strong> si basa sulla capacità di scavare a fondo nelle <strong>psicologie</strong> dei protagonisti, portando alla luce due personalità vere, autentiche nella loro normalità. Ma, oltre all’analisi psicologica, c’è anche l’<strong>affresco sociale</strong>, con le problematiche della disoccupazione giovanile, del lavoro nero, dell’integrazione degli immigrati e delle morti bianche, che arricchiscono di senso l’opera. Opera girata quasi tutta in <strong>esterni</strong>, con dolci <strong>movimenti di macchina</strong>, che accompagnano in maniera naturale il fluttuare delle onde del mare, e una splendida <strong>fotografia</strong>, aiutata dalla bellezza incorrotta e selvaggia dell’isola. Delicato e grazioso è soprattutto il movimento di macchina che segue il volo di Salvatore verso l’isola, all’inizio del film, e quello che lo scorta lungo il suo viaggio nel blu marino, nell’ultima scena.</p>
<p>Intensa e vera l’interpretazione dei due <strong>attori</strong> esordienti, <strong>Dario Castiglio</strong> e <strong>Martina Codecasa</strong>, entrambi ventenni, a dimostrazione del fatto che il cinema italiano è ancora in grado di scovare giovani talenti, abili nel fare ben altro che i film di <strong>Moccia</strong>. Le loro facce, belle ma non troppo, convincono soprattutto perché sono vere, così come lo è la loro capacità di incarnare due ruoli affatto scontati o stereotipati.</p>
<p>Tutto sa di autenticità, in questo film ricco nella sua <strong>semplicità</strong>. E ben vengano pellicole di questo genere, che dimostrano come il cinema abbia ancora i numeri per coinvolgere, emozionare e commuovere, senza bisogno di artifici retorici, effetti speciali, miliardi e 3D.</p>
<p><strong>Voto: 8 meno</strong></p>
<p><strong><em>Annalice Furfari</em></strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/movieaholic.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/movieaholic.wordpress.com/202/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=202&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Mine vaganti</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 17:07:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://movieaholic.files.wordpress.com/2010/03/mine-vaganti.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-199" title="mine vaganti" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2010/03/mine-vaganti.jpg?w=214&#038;h=300" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<p><em>Un film di Ferzan Ozpetek. Con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Carolina Crescentini. Commedia, durata 110 min. Italia 2010. 01 Distribution, uscita venerdì 12 marzo 2010. </em></p>
<p>Un inno alla libertà, come solo <strong>Ferzan Ozpetek</strong> sa fare. <em>Mine vaganti</em>, il nuovo film del regista italo-turco, incarna la prosecuzione naturale dell’opera dell’<strong>Almodovar</strong> nostrano e, al tempo stesso, una rottura con i canoni a cui ci ha abituati. Vi ritroviamo, sì, il consueto focus sull’universo <strong>omosessuale</strong>, ma stavolta i toni e gli accenti con cui il cineasta sviscera l’anima gay sono completamente diversi. Non c’è più solo la volontà di svelare al mondo la profondità, l’umanità e soprattutto la <strong>normalità</strong> dei sentimenti che legano due persone dello stesso sesso. Questa volta Ozpetek ci mette qualcosa in più: il coraggio e la maturità di giocare con il <strong>luogo comune</strong>, con l’immagine stereotipata del “frocio” che si veste, parla, si muove e si comporta da maschio effeminato. Perché, in fondo, omosessualità può voler dire anche stravaganza, <strong>eccentricità</strong>, bizzarria, e non bisogna avere paura di ammetterlo. Questa è la prima libertà che si prende il regista: la <strong>libertà</strong> di non lasciarsi frenare dalla paura, di non curarsi del giudizio ammonitore di chi fatica ad accettare le diversità.</p>
<p>La seconda libertà è ancora più importante e più rischiosa: quella della <strong>semplicità</strong>. <em>Mine vaganti</em> è un film semplice, che non ha bisogno di orpelli narrativi né di artifici della macchina da presa, perché gli basta prendere la vita per quello che è, con le sue stranezze e le sue banalità. Così, l’impressione dominante è quella di una spontaneità che fa presto a trasformarsi in <strong>autenticità</strong>. E forse è proprio questo il vero punto di forza del film. Certo, manca la tragicità dolente di <em>Saturno contro</em> e <em>Le fate ignoranti</em>, ma questo non svigorisce la carica dirompente di una <strong>vitalità</strong> che, in ogni opera di Ozpetek, ha il sapore dell’accettazione dell’esistenza in tutte le sue complessità, in tutte le sue sfumature.</p>
<p>L’altro pregio di <em>Mine vaganti </em>è l’<strong>ironia</strong>, che pervade ogni scena, anche quelle più drammatiche, persino quelle impregnate di morte. E questo senso di positività, di cui il film trasuda, è l’arma migliore per far fronte alle asperità di un vita che non regala nulla. Soprattutto quando sei <strong>gay</strong> e devi nasconderlo, perché tuo padre morirebbe piuttosto che accettare che ti piacciono gli uomini e che non avrai mai un erede. Perché sei nato e cresciuto in una <strong>città meridionale</strong> impregnata di provincialismo e convenzionalismo, dove i mariti si fanno le amanti e le mogli fanno finta di non vedere, dove le figlie femmine non hanno il diritto di mettere bocca negli affari di famiglia, anche quando avrebbero l’intelligenza per farlo, e dove le donne sole non sono libere di frequentare gli uomini e la notte, se vogliono fare l’amore, devono gridare: «Al ladro, al ladro!».</p>
<p>È questa la realtà con cui Tommaso (<strong>Riccardo Scamarcio</strong>) e il suo segreto devono fare i conti. Conti che il giovane leccese ha sempre rimandato, con la scusa del trasferimento a Roma per motivi di studio. Ma, con il ritorno del ragazzo all’ovile per una questione di affari, tutti i nodi familiari vengono al pettine e questo succede, come da buona tradizione ozpetekiana, attorno a una <strong>tavola</strong> imbandita. Questa è una delle scene cruciali del film, ma mai come quella in cui la nonna di Tommaso (<strong>Ilaria Occhini</strong>), unica e vera <strong>mina vagante</strong>, si abbandona a un gesto che, nella sua tragica beffardaggine, ha il sapore del riscatto e della <strong>ribellione</strong> ad anni di volontà e sentimenti repressi. Il suo abbuffarsi di dolci per puro piacere, nonostante il diabete, è l’emblema assoluto della <strong>libertà</strong>. Una libertà che rende l’uomo padrone di sé e lo nobilita, persino quando lo uccide.</p>
<p>Nota di merito, oltre al regista, anche al suo <strong>cast</strong> e soprattutto a <strong>Riccardo Scamarcio</strong>, che qui ottiene la consacrazione definitiva di attore e non più solo di idolo delle ragazzine. Anche perché la scena in cui balla e canta davanti allo specchio, in perfetto stile “frocesco”, sulle note di una canzone femminile vagamente anni &#8217;50, è l’antitesi della virilità tutto fisico e niente cervello: è il simbolo di un’intelligenza interpretativa sopra la media, oltre che di quella freschezza che fa vibrare e brillare l’intero film.</p>
<p><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><em><strong>Annalice Furfari </strong></em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/movieaholic.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/movieaholic.wordpress.com/198/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=198&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sherlock Holmes</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 15:19:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em> <a href="http://movieaholic.files.wordpress.com/2010/02/sherlock.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-195" title="sherlock" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2010/02/sherlock.jpg?w=210&#038;h=300" alt="" width="210" height="300" /></a></em></p>
<p><em>Un film di Guy Ritchie. Con Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Kelly Reilly.<br />
Azione, durata 128 min. USA, Gran Bretagna, Australia 2009. Warner Bros Italia, uscita venerdì 25 dicembre 2009.</em></p>
<p><strong>Sherlock Holmes</strong> (<strong>Robert Downey Jr</strong>) e il <strong>dottor Watson</strong> (<strong>Jude Law</strong>) si trovano a fronteggiare, in una Londra verosimilmente cupa, un apparente caso di magia nera: Lord Blackwood (<strong>Mark Strong</strong>), appartenente a una misteriosa setta satanica, dopo aver ucciso cinque giovani ragazze, è stato catturato da Holmes e Watson e mandato alla forca, ma ora sembra ritornato dall’oltretomba per portare a compimento il suo piano malefico. Non è questo, però, l’unico grattacapo del brillante investigatore londinese: la criminale (<strong>Rachel McAdams</strong>) di cui lui è innamorato, adesso lavora al servizio di un uomo che sembra direttamente implicato nel caso di Lord Blackwood.</p>
<p>Basta aver sfogliato poche pagine di uno dei tanti racconti di <strong>Arthur Conan Doyle</strong>, che vedono come protagonisti Sherlock Holmes e il suo fido assistente Watson, per capire che il personaggio interpretato da Robert Downey Jr, molto semplicemente, non è Sherlock Holmes. Il cinismo, la freddezza, il metodo, il rigore, il mistero che avvolgevano la complessa figura dell’eroe di Conan Doyle, si sono trasformati nella trasandatezza, nella fisicità, nella solarità dell’istrionico <strong>Downey Jr</strong>, che in questo film dimostra tutta la sua scarsa duttilità: il grossissimo demerito non solo suo, ma anche di molti altri attori, è di interpretare sempre lo stesso personaggio, non calandosi nello specifico ruolo affidatogli. Per farla breve, trovare delle differenze fra la recitazione di Downey Jr in <em>Iron Man</em> e quella in questo film, è francamente impossibile. Il solito sguardo perso, con l’ombra di un sorrisetto malizioso, le solite battutine a effetto che fanno ridere sul momento, ma che poi vanno a finire ben presto nel dimenticatoio. Anche l’<strong>aspetto fisico</strong> è totalmente cambiato: il vero Sherlock Holmes era gracile, conosceva le arti marziali, è vero, ma era di costituzione debole, quello (falso) interpretato da Downey Jr è muscoloso, piazzato e fa a botte con tutti, risolvendo i propri casi non tanto con la ragione (il cavallo di battaglia di Holmes), ma con la forza, non con la mente ma con il braccio. Il vero Holmes mancava settimane, addirittura mesi da casa, intento com’era a indagare per i suoi casi, era interessato alla ricerca della <strong>perfezione</strong> in tutto quello che faceva, questo Holmes tuttalpiù fa qualche esperimento usando come cavia il proprio cane, o talvolta anche se stesso. La sensazione è che i <strong>produttori</strong> del film, pur conoscendo a fondo il personaggio originario, abbiano voluto stravolgerlo per renderlo appetibile al “grande pubblico americano” (e, oserei dire, anche a quello italiano, vista e considerata l’affluenza in sala). Troppo complicato, troppo misterioso il vero Holmes, meglio banalizzarlo: e allora chi meglio di un attore ripetitivo come Downey Jr per questo scopo?</p>
<p>Già quanto detto finora basterebbe per rendere l’ultimo lavoro di <strong>Guy Ritchie</strong> (<em>Snatch</em>, <em>RockNrolla</em>), un film brutto. Se poi vi aggiungiamo una <strong>trama</strong> che, pur partita bene, si risolve in modo molto banale, e una <strong>sceneggiatura</strong> che fa acqua da tutte le parti (d’altronde, quando si usano molto gli <strong>effetti speciali</strong>, e poco la testa, può succedere che il dottor Watson, coinvolto in un’esplosione gigantesca, ne esca praticamente illeso, salvo qualche taglietto qua e là), <em>Sherlock Holmes</em> diventa addirittura un film orribile. I pochi punti a suo favore consistono nell’atmosfera, ottimamente resa, della <strong>Londra</strong> di fine ‘800, e, come detto, nella <strong>comicità</strong> che affiora a sprazzi, nella battutina che genera nello spettatore un sorriso passeggero.<br />
Per quanto riguarda il <strong>regista</strong>, Guy Ritchie, bisogna dire che in questo suo ultimo film non si riscontra quell’originalità, quell’innovazione, che erano stati i punti di forza di alcune sue opere piuttosto riuscite, come il già citato <em>Snatch</em>, o <em>Revolver</em>.</p>
<p>In conclusione, uno <strong>Sherlock Holmes</strong> totalmente stravolto dalla pessima interpretazione fornita da produttori, regista e soprattutto da un inguardabile Robert Downey Jr. Arthur Conan Doyle si sarà rivoltato nella tomba. Purtroppo, la banalità, l’inconsistenza, il sempre maggior affidamento sugli effetti speciali e, di conseguenza, l’errata trasposizione cinematografica di classici come <em>Sherlock Holmes</em>, vanno di pari passo con la concentrazione della produzione cinematografica nelle mani delle solite case produttrici hollywoodiane. Così, non pochi altri celebri autori del passato si sono rivoltati, o dovranno rivoltarsi nella tomba, esattamente come il creatore del fantasmagorico Sherlock Holmes, qui riassunto in due battutine e in qualche colpo di arti marziali.</p>
<p><strong>Voto: 4,5</strong></p>
<p><strong><em>David Parasporo</em></strong></p>
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		<title>Lebanon</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 17:04:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un film di Samuel Maoz. Con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran. Drammatico, durata 90 min. Israele, Germania, Francia, Libano 2009. Bim, uscita venerdì 23 ottobre 2009. VM 14 Durante la guerra del Libano del 1982, quattro soldati israeliani si trovano a dirigere un carro armato. Sono tutti giovani e inesperti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=186&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p><em>Un film di Samuel Maoz. Con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran.<br />
Drammatico, durata 90 min. Israele, Germania, Francia, Libano 2009. Bim, uscita venerdì 23 ottobre 2009. VM 14</em></p>
<p>Durante la <strong>guerra del Libano</strong> del <strong>1982</strong>, quattro <strong>soldati israeliani</strong> si trovano a dirigere un<strong> carro armato</strong>. Sono tutti giovani e inesperti e non sanno a cosa vanno incontro. Gettati così repentinamente nella mischia, senza sapere realmente cos&#8217;è la guerra, capiranno che, in una situazione in cui gli ordini dall&#8217;alto sono confusi e contraddittori e in un ambiente buio e chiuso come quello del carro armato, da cui non si può vedere l&#8217;esterno chiaramente, esiste uno e un solo imperativo, per loro: sopravvivere. Obiettivo ben complicato, poiché nessuno dei quattro ha le competenze sufficienti per uscire dall&#8217;incubo.</p>
<p>La rappresentazione che il regista <strong>Samuel Maoz</strong> ci dà del carro armato è emblematica: come detto, è buio, chiuso, sporco, angusto, claustrofobico. Ogni minuto che passa, i visi e i corpi dei ragazzi diventano sempre più neri e sporchi. Eppure, il <strong>carro armato</strong> è l&#8217;unico posto dove i quattro protagonisti sono relativamente al sicuro, o almeno, lo sono più che al di fuori di esso. Già, perché le immagini dell&#8217;<strong>esterno</strong>, catturate dal mirino del cannone del carro armato, sono tutt&#8217;altro che rassicuranti per Shmuel, l&#8217;artigliere che del mirino dovrebbe servirsene per sparare, ma non ci riesce e quindi assiste impotente a ciò che succede fuori.</p>
<p>Un vecchio contadino con le braccia amputate muore in mezzo alle penne bianche delle sue galline colpite da una bomba, un asino agonizzante esala l&#8217;ultimo respiro mentre una lacrima gli scende dagli occhi semichiusi, una donna nuda piange la morte della figlia e cerca di coprirsi con degli stracci che trova per strada.</p>
<p>In pochi avevano avuto il coraggio di mostrare delle <strong>immagini </strong>così truci ma al contempo così struggenti. E tutte queste immagini, tutte queste scene, sono &#8220;incorniciate&#8221; dalla sagoma del <strong>mirino</strong>. Il puntatore si muove, spazia da una parte all&#8217;altra, sembra più una telecamera amatoriale di un avventato reporter che uno strumento bellico. Però la funzionalità è proprio quella di uccidere, distruggere, ed è questo che la sagoma del mirino ci ricorda.</p>
<p>Dentro il carro armato, i problemi, le tensioni e le crisi dei quattro <strong>protagonisti</strong> e, in più, la presenza di un prigioniero di guerra che sa già a cosa va incontro. Ognuno ha una sua storia, ma il tempo per raccontare qualcosa di se stessi è breve, la morte è lì dietro l&#8217;angolo che aspetta con spietato cinismo. Perché la morte non risparmia nessuno, né i “buoni” né i “cattivi”, ammesso che esistano.</p>
<p>Al film, <strong>Leone d&#8217;Oro</strong> a Venezia, è stato imputato di aver umanizzato i soldati israeliani a discapito dei civili libanesi che hanno perso la vita durante quella guerra. Una polemica inutile, non solo perché le già citate immagini esterne confutano ogni possibile presa di posizione da parte del regista per l&#8217;uno o l&#8217;altro schieramento, ma anche perché non avrebbe senso disumanizzare dei personaggi che per tutta la durata del film dimostrano il loro totale disinteresse per le questioni e le ragioni della guerra. No, qui l&#8217;obiettivo è comune per gli israeliani, quanto per i libanesi, come per i siriani (che sono finiti nel conflitto non si sa bene come, ma non è importante, ai quattro soldati non interessa): uscire vivi dall&#8217;inferno. È la <strong>guerra</strong>, signori.</p>
<p><strong>Voto: 8/9 </strong></p>
<p><em><strong>David Parasporo</strong></em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/movieaholic.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/movieaholic.wordpress.com/186/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=186&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il nastro bianco</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 17:14:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://movieaholic.files.wordpress.com/2009/11/il-nastro-bianco-locand_.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-182" title="Il-nastro-bianco-locand_" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2009/11/il-nastro-bianco-locand_.jpg?w=212&#038;h=300" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p><em>Un film di Michael Haneke. Con Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghart Klaußner.<br />
Titolo originale: Das Weiße Band. Drammatico, durata 144 min. Austria, Francia, Germania 2009. Lucky Red, uscita venerdì 30 ottobre 2009. </em></p>
<p><strong>Germania</strong>, 1912. L&#8217;apparente tranquillità di un <strong>villaggio</strong> protestante viene messa a repentaglio dal susseguirsi di incidenti spiacevoli e misteriosi. Prima, una fune trasparente tesa a mezz&#8217;aria provoca la caduta da cavallo del dottore del villaggio, che si infortuna gravemente e viene trasportato all&#8217;ospedale. Poi, la morte accidentale della moglie di un contadino al servizio del barone locale provoca forti dissidi fra i braccianti e il loro datore di lavoro. Ma questi due episodi saranno solo i primi di una lunga serie di misteriosi eventi che sconvolgeranno la piccola comunità. La già di per sé delicata situazione non viene agevolata dalla mentalità chiusa, dalla grettezza e dalla crudeltà che dimostrano gli abitanti del villaggio, soprattutto quando si tratta di educare i propri <strong>figli</strong>, che spesso subiscono punizioni corporali severissime e crescono in un clima di tensione repressa.</p>
<p>Il <strong>nastro bianco</strong> che viene legato sul braccio dei bambini è il simbolo dell&#8217;innocenza. Viene applicato quando il bimbo dimostra immaturità, viene tolto quando invece raggiunge un adeguato livello di maturità. Questo è il significato che gli adulti del villaggio danno a tale simbolo. Ma il nastro bianco è ben più di questo, in realtà: esso rappresenta il microcosmo stesso del villaggio, con tutta la sua crudeltà, la sua meschinità, la sua rabbia nascosta. Gli adulti lo legano alle braccia dei figli solo dopo averli picchiati selvaggiamente e quindi il nastro è il simbolo dello sfogo, dell&#8217;oppressione e del terrorismo che il <strong>genitore-mostro</strong> esercita sul figlio. E il figlio cova, fa crescere dentro di sé il rancore e la rabbia repressa, non si ribella apertamente, anche perché non potrebbe, a questo mondo così apparentemente perfetto. Ma l&#8217;apparenza inganna e il bambino in qualche modo dovrà far &#8220;esplodere&#8221; la sua <strong>rabbia</strong>, dovrà sfogarsi, proprio come il genitore che sfoga su di lui la sua mostruosità. Diventerà, anche lui, un piccolo mostro.</p>
<p>Il regista <strong>Michael Haneke</strong> (<em>Il Tempo dei Lupi</em>, <em>Funny Games</em>) torna dietro alla cinepresa con l&#8217;obiettivo di dimostrare una tesi ben precisa: non è infatti la semplice storia che interessa al regista, lo spettatore non deve concepire il film come un giallo, trascorrendo le due ore e mezza della visione a chiedersi chi sia il colpevole. No, ad Haneke interessa il messaggio che si nasconde dietro ai fatti rappresentati; vuole dimostrare che l&#8217;<strong>educazione</strong>, che la famiglia in primis, ma anche la scuola e la comunità riservano al bambino, è di estrema importanza perché è in grado di cambiare in positivo o in negativo il suo carattere e di determinare le sue azioni future. Tale messaggio potrebbe sembrare scontato, ma non lo è se, dietro le righe dell&#8217;educazione riservata dagli adulti della comunità protestante ai bambini, leggiamo uno dei motivi che hanno scatenato il <strong>nazismo </strong>nella società tedesca di vent&#8217;anni dopo.</p>
<p>Le premesse son buone, il film è ancora migliore: realizzata in un <strong>bianco e nero</strong> splendido, l&#8217;opera del regista austriaco è di una freddezza disarmante, è distaccata e angosciosamente cupa. La stessa <strong>fotografia</strong> in bianco e nero, unitamente a una telecamera che spesso e volentieri rimane fissa sulla scena per diversi minuti (questa è una delle cifre stilistiche di Haneke), conferisce allo spettatore non sentimenti passionali, non pathos, ma un senso di angoscia e di sbigottimento per ciò che vede. Il bianco e nero &#8220;dissangua&#8221; il film del suo colore, toglie la vita alla rappresentazione di un luogo che di vitale ha ben poco.</p>
<p>I lunghi <strong>silenzi</strong> sono, per usare un ossimoro, ancor più rumorosi delle parole. Certo, i dialoghi sono accuratissimi, ma lo scricchiolio di una porta che si chiude, o il vento che fa muovere le spighe di grano o le fronde degli alberi, si rivelano molto più oppressivi e angoscianti per lo spettatore. Tutto, del resto, lo è. Anche la <strong>musica</strong> è totalmente assente e il motivo, a questo punto, è chiaro e preciso: la musica suscita emozioni spesso forti, suscita passioni e sentimenti calorosi, ma, come detto, non è questo lo scopo di Haneke.<br />
Dirigere un film nel quale non c&#8217;è musica, dai titoli di apertura a quelli di coda, genera l&#8217;effetto contrario, genera <strong>freddo</strong>, genera distacco e assenza di emozioni. Esattamente le sensazioni provate dai piccoli figli degli abitanti del villaggio. Oltre alla storia, alla regia, alla fotografia e alla sceneggiatura già citate, è questo forse il grande merito del film di Haneke, che gli è valso una (meritatissima) <strong>Palma d&#8217;Oro</strong> al <strong>Festival di Cannes</strong>, ovvero quello di generare nello spettatore le stesse sensazioni che provano i piccoli protagonisti nel film. Non c&#8217;è modo migliore per convincere qualcuno di qualcosa, che fargliela provare sulla pelle, per due ore e mezza.<br />
Poi, lo spettatore esce dalla sala e si scrolla di dosso la tensione accumulata. I bambini invece restano imprigionati in questo mondo chiuso e senza via di uscita, continuano il loro processo di disumanizzazione. E a noi non resta che immaginarceli vestiti da <strong>SS</strong> vent&#8217;anni dopo.</p>
<p><strong>Voto 9</strong></p>
<p><strong><em>David Parasporo</em></strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/movieaholic.wordpress.com/174/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/movieaholic.wordpress.com/174/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=174&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>District 9</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 17:11:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un film di Neill Blomkamp. Con Sharlto Copley, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Marian Hooman. Fantascienza, durata 112 min. USA 2009. Sony Pictures, uscita venerdì 25 settembre 2009. Un’astronave aliena si ferma sopra la città sudafricana di Johannesburg. Ne usciranno dei minacciosi extraterrestri pronti a distruggere il nostro pianeta? Oppure farà capolino fuori la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=169&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-170" title="district 9" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2009/10/district-9.jpg?w=420&#038;h=600" alt="district 9" width="420" height="600" /></p>
<p><em>Un film di Neill Blomkamp. Con Sharlto Copley, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Marian Hooman.<br />
Fantascienza, durata 112 min. USA 2009. Sony Pictures, uscita venerdì 25 settembre 2009. </em></p>
<p>Un’<strong>astronave</strong> aliena si ferma sopra la città sudafricana di <strong>Johannesburg</strong>. Ne usciranno dei minacciosi extraterrestri pronti a distruggere il nostro pianeta? Oppure farà capolino fuori la verde testa del nipote di E.T? Niente di tutto questo. Dentro ci sono circa due milioni di “<strong>gamberoni</strong>” (chiamati così dagli umani per la somiglianza con i crostacei), deperiti e in condizioni spaventose. Portati a terra, vengono isolati dalla città e posteggiati in una specie di bidonville per alieni, il cosiddetto <strong>District 9</strong>.<br />
La presenza degli <strong>alieni</strong> scatena il panico nella metropoli africana: la gente scende in piazza a manifestare per rimandare gli alieni a casa propria; questi, impauriti a loro volta, perdono la testa e fuggono dal quartiere per derubare ciò che trovano in città. Aumentano il <strong>razzismo</strong> e le incomprensioni sociali.<br />
Gli alieni, dal canto loro, la pensano esattamente come gli abitanti di Johannesburg: vogliono tornare a casa. Ma non dispongono di un telefono come E.T. Gli umani, invece, a mandarli a casa non ci pensano proprio: non sanno come far ripartire l’astronave. Vogliono però trasferirli nel <strong>Distretto 10</strong>, un nuovo quartiere dove possano vivere in condizioni migliori. La MNU, che gestisce le relazioni e gli affari con gli alieni, manda Wikus Van De Merwe, fresco di promozione, a sfrattarli tutti. Ma succederà qualcosa che cambierà radicalmente la sua vita e la storia dei gamberoni sul nostro pianeta…</p>
<p>La prima parte del film è <strong>documentaristica</strong>: lo sbarco degli alieni non avviene in tempo reale, ma viene raccontato esaurientemente dai funzionari della MNU intervistati da una televisione. Le scene all’interno del Distretto 9 sono girate con una <strong>camera a mano</strong> da quello che, nella finzione filmica, è l’operatore al seguito di Wikus. Nella seconda parte, invece, subentrano le frenetiche <strong>scene d’azione</strong> che impongono l’uso della consueta telecamera extrafilmica.</p>
<p>Un grande merito di <em>District 9</em> è quello di mostrare gli alieni sotto una luce completamente nuova rispetto a tutti i film precedenti. Non siamo di fronte ai cattivoni de <em>La Guerra dei Mondi</em>, non c’è il bruttino, ma pur sempre dolce e carismatico <strong>E.T</strong>.<br />
Il regista, <em><em></em></em><strong>Neill Blomkamp</strong>, opta per una soluzione meno fantascientifica o fiabesca a favore di una più reale e concreta: gli alieni sono semplicemente dei “<strong>diversi</strong>”, sono più deboli e sono trattati come delle bestie dagli umani. La situazione richiama, volutamente, quella degli<strong> immigrati</strong> d’oggigiorno. Spesso confinati in quartieri periferici, oggetto di razzismo, reagiscono con violenza e generano, senza volerlo, incomprensioni e odio. Ottima <strong>analisi sociologica</strong>. Purtroppo tutto ciò viene velocemente spiegato nella prima parte, con le interviste che ricostruiscono quanto accaduto dopo l’arrivo degli alieni. Nel resto del film non c’è spazio per riflessioni sociali, ma solo per molta, molta azione. Per fortuna, la <strong>trama</strong> è buona e, nonostante le forti esplosioni, gli inseguimenti e le sparatorie, viene mantenuto un discretissimo livello.</p>
<p>A guardare <em>District 9</em>, si potrebbe pensare seriamente che sia tratto da un <strong>videogioco</strong>. La trama è originale, come avviene spesso nei videogiochi; la parte qui definita documentaristica spesso nei videogiochi è presente come prologo per introdurre la vicenda; la telecamera intrafilmica si alterna a quella extrafilmica, altra peculiarità dei giochi per piattaforma; infine, dato più importante di tutti, la struttura del film è a “missioni”, nel senso che i protagonisti devono raggiungere un dato checkpoint da cui poi ripartire per quello successivo. Tutto ciò è ottimo per un videogioco appunto, ma in un film può diventare noioso e stancante. Comunque, <em>District 9 </em>resta un buon prodotto, che non solo non delude le attese, ma anzi riesce a sorprendere positivamente. Da vedere.</p>
<p><strong><em>David Parasporo</em></strong></p>
<p><strong>Voto: 7,5</strong></p>
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		<title>Videocracy</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 16:27:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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<p><em>Un film di Erik Gandini. Titolo originale Videocracy.  Documentario,  durata 85 min. Svezia  2009. Fandango,  uscita venerdì 4 settembre 2009.</em></p>
<p>Luci accecanti, balli sfrenati, sorrisi smaglianti, vestiti un po’ troppo corti, linguaggio sboccato. Fondamentalmente è questo il panorama che ci offre oggigiorno la <strong>televisione </strong>generalista italiana, gestita ormai da trent’anni dalla stessa persona: <strong>Silvio Berlusconi</strong>, imprenditore e Presidente del Consiglio. Tutti nel mondo dello spettacolo dipendono da lui, con una struttura vertiginosamente piramidale che parte dal basso, ovvero dai vari provini in cui si scelgono le ragazze con le tette più grosse o le persone più stravaganti, sale un po’ più su con i tronisti tatuati e scolpiti e con i vincitori di programmi come <strong>Grande Fratello</strong> e <strong>Amici di Maria De Filippi</strong>, poi arriva al burattinaio, l&#8217;agente televisivo <strong>Lele Mora</strong>. Ma anche lui, anche Lele Mora dipende da Berlusconi. Questo a discapito di (alcuni) dipendenti della televisione italiana che vorrebbero poter esprimere la propria libera opinione senza costrizione; a discapito di tutti coloro che vorrebbero far carriera onestamente nella tv generalista e che, per un motivo o per un altro, ne sono esclusi; e a discapito, in particolare, di tutti i cittadini italiani che ogni giorno rincretiniscono sempre di più di fronte a programmi insulsi e volgari: la cosiddetta <strong>tv-spazzatura</strong>, in poche parole.</p>
<p>Il sottotitolo, in sostanza, spiega la “profonda” filosofia che sta alla base della tv del Bel Paese: basta apparire. Se lo dice anche <strong>Lele Mora</strong>, con quel suo sorriso ebete stampato sul faccione, allora c’è da crederci. E infatti la tv è popolata da esibizionisti, i provini per <strong> Grande Fratello</strong> sono un inferno di gente di tutti i tipi che sgomita per ottenere una fetta di successo. Lo share, da casa, è alle stelle, perché bambini, adulti, vecchi (ma soprattutto adolescenti) guardano questi programmi immedesimandosi nei protagonisti. Vedono donne bellissime e sorridenti, vedono uomini abbronzati e pieni di se stessi e si fermano a questa apparenza: perché, se osservassero con un minimo di attenzione, noterebbero che questa tv opera una spaventosa mercificazione dell’individuo, svuotandolo della propria personalità e facendone un prodotto appetibile per il grande pubblico. In un contesto come questo è logico che nascano personaggi come <strong>Fabrizio Corona</strong>, il paladino della giustizia, il Robin Hood moderno che “ruba ai ricchi per dare a se stesso”, la (presunta) vittima del sistema, che fotografa i vip in situazioni per loro “scomode” e li ricatta. Processato, condannato al carcere, liberato dopo 80 giorni, ora guadagna un sacco di soldi e ha fondato la catena di abbigliamento “Corona’s”. Bella vittima. Strano, poi, che sia un grande amico di <strong>Lele Mora</strong>, che lo ha accolto sotto la sua ala protettiva, come figlio prediletto.</p>
<p>Questo ed altro, nel documentario del regista italo-svedese <strong>Erik Gandini</strong>. La <strong>voce fuori campo</strong>, dello stesso regista, spiega e introduce le immagini delle scene più significative. Molto spesso, però, lascia parlare i diretti interessati, ovvero <strong>Lele Mora</strong>, <strong>Fabrizio Corona</strong> e altri, che si confessano davanti alla telecamera senza pudore.</p>
<p>Un <strong>documentario</strong> senza dubbio interessante, girato molto bene, pungente, ironico, a tratti strabiliante per delle immagini e delle parole che, agli occhi di chi non è abituato a vederle tutti i giorni, sembra impossibile siano reali. Ed è proprio questo il punto debole del film: sono in pochi, almeno in Italia, a non essere abituati a vedere certe immagini tutti i giorni. D’altronde, basta accendere, a una qualsiasi ora, la tv su un canale a caso, per vedere scene spesso anche più incredibili di quelle presenti in <em>Videocracy</em>. In sostanza, tutto bello e tutto vero, sì, ma niente di nuovo sotto il sole, per il cittadino italiano. Soprattutto perché i milioni di italiani cui questo film servirebbe, una buona volta, per aprire gli occhi (e la mente) difficilmente andranno a vederlo. Per tutti gli altri, come detto, nulla di nuovo.</p>
<p>Inoltre, il documentario è stato vittima del sistema che Gandini ha tanto criticato: la concentrazione del potere mediatico nelle mani di un solo personaggio, la sempre meno concreta<strong> libertà di stampa</strong>. Perché <em>Videocracy</em>, in Italia, non è stato per niente pubblicizzato. Tanto la RAI, quanto Mediaset, si sono rifiutate di mandare in onda il <strong>trailer</strong>. Altro motivo per cui gli assidui spettatori della tv pubblica non avranno l’occasione di vedere il film. Invece, l&#8217;opera potrebbe risultare un prodotto di importanza non indifferente all’<strong>estero</strong>, dove molte caratteristiche del mondo dello spettacolo italiano sono sconosciute. Sicuramente, vedere ciò che chi è al potere “combina” in Italia, potrebbe lasciare a bocca aperta coloro che vivono in Paesi in cui la libertà di stampa non è un optional.</p>
<p><strong>Voto: 7,5 </strong></p>
<p><em><strong>David Parasporo</strong></em></p>
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		<title>Bastardi senza gloria</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 15:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un film di Quentin Tarantino. Con Brad Pitt, Eli Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane Kruger, Mélanie Laurent. Titolo originale: Inglourious Basterds. Azione, durata 160 min. USA, Germania 2009. Universal Pictures, uscita venerdì 2 ottobre 2009. Tremate, tremate, Quentin Tarantino è tornato. Ed è tornato alla grande, con un film ambientato ai tempi dell&#8217;occupazione nazista [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=158&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-160" title="locandina bastardi senza gloria" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2009/10/locandina-bastardi-senza-gloria.jpg?w=420&#038;h=600" alt="locandina bastardi senza gloria" width="420" height="600" /></p>
<p><em>Un film di Quentin Tarantino. Con Brad Pitt, Eli Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane Kruger, Mélanie Laurent.<br />
Titolo originale: Inglourious Basterds. Azione, durata 160 min. USA, Germania 2009. Universal Pictures, uscita venerdì 2 ottobre 2009.</em></p>
<p>Tremate, tremate, <strong>Quentin Tarantino</strong> è tornato.<br />
Ed è tornato alla grande, con un film ambientato ai tempi dell&#8217;occupazione nazista della Francia, che condensa e sublima tutti i cardini del suo cinema, quello dei tempi migliori, di <em>Pulp Fiction</em> e <em>Le iene</em>.<br />
<em>Bastardi senza gloria</em> declina, in sole due ore e mezza, il meglio dell&#8217;universo targato Tarantino.<br />
Innanzi tutto, l&#8217;amore sconfinato per il <strong>cinema</strong>, che trasuda da ogni foro della pellicola, e soprattutto per gli “spaghetti western” alla <strong>Sergio Leone</strong>, rievocati con insistenza dalla colonna sonora firmata <strong>Ennio Morricone</strong> e dallo stile delle sparatorie a tutto campo, e per i “<strong>B movies</strong>”, vale a dire i film a basso budget realizzati in Italia negli anni Settanta. Del resto, l&#8217;opera stessa si ispira a una di queste pellicole di serie B, <em>Quel maledetto treno blindato</em>, diretto da <strong>Enzo Castellari</strong> nel 1978.<br />
Le citazioni  e i riferimenti cinematografici (persino visivi, giacché la maggior parte delle scene è ambientata in un cinema francese, colmo di nastri di pellicola e locandine) sono continui, in particolare ai capolavorari dei registi tedeschi <strong>Ernst Lubitsch</strong> e <strong>Georg Wilhelm Pabst</strong>, entrambi costretti ad allontanarsi dalla Germania nazista e a riparare negli Stati Uniti.</p>
<p>In secondo luogo, il tema della <strong>vendetta</strong>, predominante in ogni film del cineasta. Anche stavolta l&#8217;intreccio si basa sul bisogno viscerale della giovane protagonista <strong>ebrea</strong> di vendicare un torto subito: il massacro della sua famiglia per mano di un plotone di soldati delle SS. Guarda caso, è sempre una donna che deve rifarsi dei soprusi e delle prepotenze altrui e, come sempre, è biondissima e bellissima, anche se non ha il corpo e il volto di <strong>Uma Thurman</strong> (musa prediletta del regista), bensì quello della francese <strong>Melanie Laurent</strong>. E ancora una volta, in un mondo dominato dall&#8217;iniquità e dall&#8217;ingiustizia, neppure i buoni lo sono fino in fondo, dato che l&#8217;odio genera solo altro odio e ogni atto di violenza innesca una spirale di vendetta che contamina anche i puri e che è destinata a perpetuarsi all&#8217;infinito, di padre in figlio. Nessuno, quindi, ha la possibilità di espiare le proprie colpe o di salvarsi dalla dannazione eterna del male.<br />
Anche il gruppetto di <strong>soldati</strong> americani, inviato in missione speciale in Francia per fare razzia di SS, è animato dal sacro fuoco della vendetta, ma il godimento con cui questi ragazzoni (capeggiati da un grintoso ed esaltato <strong>Brad Pitt</strong>, sempre perfetto, qualsiasi ruolo incarni) si accaniscono sui nazisti, con tanto di truce scalpello finale, disvela un impellente bisogno di sfogare il sadismo, piuttosto che il pio desiderio di vendicare le vite strappate dei poveri ebrei. Ecco, quindi, che torna l&#8217;estetizzazione della <strong>violenza</strong>, tanto cara al cinema di Tarantino, con le sue forme esplicite, per stomaci forti, e i suoi colori accesi, con prevalenza del rosso sangue, che denuda tutta l&#8217;insensatezza del mondo.</p>
<p>Immancabili sono, poi, i <strong>dialoghi</strong> continui e serrati, in stile tipicamente tarantiniano, che, pur essendo spesso interminabili e non avendo attinenza diretta con l&#8217;intreccio, conferiscono ritmo e velocità e costituiscono il gradevolissimo strumento con cui il regista-sceneggiatore saggia la sua intelligenza e il suo acume.<br />
Fa nuovamente capolino l&#8217;ossessione feticista del cineasta per i <strong>piedi</strong> di donna (come dimenticare quelli di <strong>Uma Thurman</strong> in <em>Pulp fiction</em> e <em>Kill Billl</em>&#8230;), dalle unghie rigorosamente laccate di rosso, che qui svolgono anche un ruolo ben preciso all&#8217;interno della trama.<br />
Non mancano neppure la suddivisione del film in <strong>capitoli </strong>e gli inserti grafici in stile <strong>fumetto</strong>, per non parlare della <strong>tensione</strong> che trasuda da ogni scena, esaltata dal continuo cambiamento di lingua, a rendere perfettamente il senso di straniamento del personaggio di turno.</p>
<p>Chi ama il cinema di Tarantino non può non subire il fascino di <em>Bastardi senza gloria</em>, delle sue <strong>inquadrature</strong> estetizzanti, del ritmo serrato e delle scene caratterizzate da un&#8217;ingenuità talmente “vintage” da renderle straordinariamente uniche e innovative nel panorama cinematografico attuale.<br />
Merito al cineasta va anche in qualità di soggettista e sceneggiatore, soprattutto per aver concepito il personaggio del colonnello Hans Landa (impersonato da un supremo <strong>Christoph Walt</strong>z, che ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile al 62esimo Festival di Cannes), con tutte le sfaccettature comportamentali che fanno di lui il protoipo del nazista furbo e zelante.<br />
Insomma, Tarantino è tornato in splendida forma ed è un piacere per chi è ancora convinto che il cinema sia un&#8217;arte a tutti gli effetti.</p>
<p><strong>Voto: 9</strong></p>
<p><strong><em>Annalice Furfari</em><br />
</strong></p>
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		<title>Katyn</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 17:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un film di Andrzej Wajda. Con Andrzej Chyra, Maja Ostaszewska, Artur Zmijewski, Danuta Stenka, Jan Englert. Drammatico, durata 117 min. Polonia 2007. Movimento Film, uscita venerdì 13 febbraio 2009. Settembre 1939: la Polonia è stretta fra due fuochi. Da una parte i tedeschi di Hitler; dall’altra i sovietici di Stalin. Più di diciottomila ufficiali dell’esercito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=153&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p><em>Un film di Andrzej Wajda. Con Andrzej Chyra, Maja Ostaszewska, Artur Zmijewski, Danuta Stenka, Jan Englert.<br />
Drammatico, durata 117 min. Polonia 2007. Movimento Film, uscita venerdì 13 febbraio 2009.</em></p>
<p>Settembre <strong>1939</strong>: la <strong>Polonia</strong> è stretta fra due fuochi. Da una parte i <strong>tedeschi </strong>di Hitler; dall’altra i <strong>sovietici</strong> di Stalin. Più di diciottomila ufficiali dell’esercito polacco vengono arrestati dai russi e, quasi un anno dopo, giustiziati nella <strong>foresta di Katyn</strong>, su ordine di Stalin.</p>
<p>Il regista <strong>Andrzej Wajda</strong> non si sofferma a lungo sul periodo della tragedia: preferisce slittare al 1945 e raccontare il calvario vissuto dai familiari delle vittime, dalle mogli, dalle madri, dalle sorelle, dai figli. Un doppio calvario, anzi, visto che da una parte c’è il dolore per i morti, dall’altra l’impotenza di fronte a un regime che non permette la libertà di compiangere i propri cari e scarica la colpa dell’accaduto ai nazisti, perseguitando chi osa sostenere il contrario. Gli <strong>eroi</strong> quindi non sono, come di consueto, i soldati, ma tutti coloro che sono rimasti a casa e sono sopravvissuti. E allora chi meglio di Wajda, che a Katyn ha perso il padre, potrebbe trasportare sullo schermo le emozioni che migliaia di famiglie polacche hanno provato?</p>
<p>Il <strong>dolore</strong> è uguale per tutti, ma, si sa, ognuno reagisce a modo suo. Così abbiamo Anna, il cui marito, ufficiale polacco, non è tornato a casa, ma non fa parte della lista dei morti di Katyn. Anna vive, quindi, tra l’illusione che egli sia ancora vivo e lo struggente timore che ci sia stato un errore.  Agnieszka e Irene sanno bene che il loro fratello è morto: l’una, però, non riesce a vivere nella menzogna che la strage a Katyn sia stata compiuta dai nazisti e sente il disperato bisogno di far emergere a tutti i costi la verità, non piegandosi ai soprusi dei più forti; l’altra, invece, ha deciso che è meglio tirare avanti e si è ricostruita una vita. C’è anche chi, sopravvissuto al massacro e ritornato a casa, non riesce ad accettare di essere salvo e vive nel rimorso, e chi, ancora giovane, cerca di ribellarsi al regime dei sovietici ma è impotente.  E questo è un tema centrale nel film, l’<strong>impotenza</strong>. Perché, a ben vedere, tutti i protagonisti sono inermi di fronte a qualcosa che è più grande di loro. Molti cercano di opporsi, senza successo, ma anche coloro che non reagiscono vivono una vita svuotata dal lutto e senza uno scopo.</p>
<p>Pur concentrandosi sul “dopo Katyn”, Wajda non tralascia di descrivere i palpitanti giorni che precedono la strage, ovviamente dal punto di vista dei <strong>soldati</strong>. E sono scene ricche di pathos, un pathos non inferiore a quello presente nel resto del film. Gli ufficiali, prima chiusi in una sorta di prigione, poi trasportati a Katyn su treni piccoli, angusti e bui, sono abbandonati al loro destino, un destino che ancora non conoscono, ma il pubblico sì, e ciò aumenta l’angoscia di chi guarda il film.</p>
<p>Non manca il tocco del maestro nella <strong>scena finale</strong>, l’unica veramente cruenta, che saprà trascinare lo spettatore.</p>
<p>Ben diretto e ben interpretato, <em>Katyn</em> sancisce il ritorno sullo schermo del grande regista, dopo 17 anni di attesa. Evidentemente, ne è valsa la pena, anche se il film in Italia è uscito in sordina. A buon intenditor poche parole.</p>
<p><strong>Voto: 8,5 </strong></p>
<p><em><strong>David Parasporo</strong></em></p>
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		<title>Baarìa</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 15:31:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annalicedavid</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un film di Giuseppe Tornatore. Con Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Angela Molina, Lina Sastri. Drammatico, durata 150 min. &#8211; Italia, Francia 2009. Medusa, uscita venerdì 25 settembre 2009. La storia privata di una famiglia che vive a Bagheria, nella provincia di Palermo, si intreccia alla grande Storia, quella che attraversa e sconvolge l&#8217;Italia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=movieaholic.wordpress.com&amp;blog=7461147&amp;post=148&amp;subd=movieaholic&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-149" title="locandina Baarìa" src="http://movieaholic.files.wordpress.com/2009/10/locandina-baaria.jpg?w=420&#038;h=598" alt="locandina Baarìa" width="420" height="598" /></p>
<p><em>Un film di Giuseppe Tornatore. Con Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Angela Molina, Lina Sastri.<br />
Drammatico, durata 150 min. &#8211; Italia, Francia 2009. Medusa, uscita venerdì 25 settembre 2009. </em></p>
<p>La storia privata di una famiglia che vive a <strong>Bagheria</strong>, nella provincia di Palermo, si intreccia alla grande <strong>Storia</strong>, quella che attraversa e sconvolge l&#8217;Italia intera per un cinquantennio, partendo dalle asprezze del regime fascista, passando per la Seconda guerra mondiale e finendo con il dopoguerra, i suoi impetuosi mutamenti economici e le sue agitazioni sociali.<br />
Il nuovo film di <strong>Giuseppe Tornatore </strong>è un affresco dettagliato, magniloquente, pomposo, degli avvenimenti più rilevanti del <strong>Novecento</strong> italiano, scrutato con gli occhi di tre generazioni, che crescono e si avvicendano negli stessi luoghi e li vedono cambiare.<br />
La grande Storia resta comuque sullo sfondo delle vicende private. E così diventiamo partecipi del percorso di vita di  Ciccio, un povero pecoraio che coltiva la passione per i libri e i poemi cavallereschi, del figlio Peppino e del nipote Pietro.<br />
È soprattutto <strong>Peppino</strong> (Francesco Scianna) a catalizzare l&#8217;attenzione dello spettatore, con il suo idealismo e il suo desiderio di giustizia, che lo spingono a farsi strada nel <strong>partito comunista</strong> del dopoguerra, per contribuire alla costruzione di un mondo migliore. Ma è proprio questo fervore politico che lo muove a essere poco pratico e concreto. La sua attitudine sognatrice, il suo «brutto carattere», gli creano non poche vicissitudini nella storia d&#8217;amore con la bellissima <strong>Mannina</strong> (Margareth Madè), però, nell&#8217;universo di Tornatore, le difficoltà dell&#8217;indigenza possono essere superate, o quantomeno addolcite, con l&#8217;ironia e la capacità di arrabattarsi tipiche dei siciliani “doc”.</p>
<p>Ed è proprio la <strong>Sicilia</strong> la vera protagonista di <em>Baarìa</em>, come spesso avviene nei film di Tornatore. La  Sicilia di provincia, quella dei colori accesi, della gente che vive per strada, dei gesti enfatici, del dialetto strillato, delle caprette al pascolo e delle galline sgozzate, delle montagne imponenti e del mare cristallino, dell&#8217;orgoglio di vivere con onestà, senza scendere a compromessi con la mafia, anche in mezzo alla miseria.<br />
Una Sicilia vera, non da cartolina né da luoghi comuni, quella Sicilia d&#8217;altri tempi che è evidentemente rimasta nella mente e nel cuore del regista.<br />
Il suo obiettivo sembra, infatti, quello di dedicare un tributo alla sua <strong>terra natale</strong>, piuttosto che di raccontare una storia in particolare. Anche perché la storia delle famiglie di Peppino e Mannina potrebbe essere quella di tante altre famiglie della Sicilia non ancora smembrata da cemento e orrori architettonici moderni. In fondo, ciò che conta è celebrare il <strong>ricordo</strong>, affinché si mantenga per sempre, persino nel pensiero di chi quella Sicilia non ha avuto la fortuna di viverla e amarla.</p>
<p>Quasi maniacale è l&#8217;ossessione del cineasta nei confronti dei <strong>dettagli</strong> visivi, così come la cura nella scelta delle <strong>comparse</strong>, che in realtà sono celebrità del cinema nostrano (da Raoul Bova a Laura Chiatti, da Ficarra e Picone a Leo Gullotta, da Michele Placido a Luigi Lo Cascio, da Monica Bellucci a Tony Sperandeo, da Beppe Fiorello a Giorgio Faletti, da Aldo Baglio a Donatella Finocchiaro, da Vincenzo Salemme a Nino Frassica), e ancora una volta trionfa la prolissità, con quasi tre ore di girato. Anche <em>Baarìa</em> poteva tranquillamente fare a meno di alcune scene. Ma questo è Tornatore e o lo si odia o lo si ama.</p>
<p><strong>Voto: 7,5</strong></p>
<p><strong><em>Annalice Furfari</em></strong></p>
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