Mine vaganti
Un film di Ferzan Ozpetek. Con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Carolina Crescentini. Commedia, durata 110 min. Italia 2010. 01 Distribution, uscita venerdì 12 marzo 2010.
Un inno alla libertà, come solo Ferzan Ozpetek sa fare. Mine vaganti, il nuovo film del regista italo-turco, incarna la prosecuzione naturale dell’opera dell’Almodovar nostrano e, al tempo stesso, una rottura con i canoni a cui ci ha abituati. Vi ritroviamo, sì, il consueto focus sull’universo omosessuale, ma stavolta i toni e gli accenti con cui il cineasta sviscera l’anima gay sono completamente diversi. Non c’è più solo la volontà di svelare al mondo la profondità, l’umanità e soprattutto la normalità dei sentimenti che legano due persone dello stesso sesso. Questa volta Ozpetek ci mette qualcosa in più: il coraggio e la maturità di giocare con il luogo comune, con l’immagine stereotipata del “frocio” che si veste, parla, si muove e si comporta da maschio effeminato. Perché, in fondo, omosessualità può voler dire anche stravaganza, eccentricità, bizzarria, e non bisogna avere paura di ammetterlo. Questa è la prima libertà che si prende il regista: la libertà di non lasciarsi frenare dalla paura, di non curarsi del giudizio ammonitore di chi fatica ad accettare le diversità.
La seconda libertà è ancora più importante e più rischiosa: quella della semplicità. Mine vaganti è un film semplice, che non ha bisogno di orpelli narrativi né di artifici della macchina da presa, perché gli basta prendere la vita per quello che è, con le sue stranezze e le sue banalità. Così, l’impressione dominante è quella di una spontaneità che fa presto a trasformarsi in autenticità. E forse è proprio questo il vero punto di forza del film. Certo, manca la tragicità dolente di Saturno contro e Le fate ignoranti, ma questo non svigorisce la carica dirompente di una vitalità che, in ogni opera di Ozpetek, ha il sapore dell’accettazione dell’esistenza in tutte le sue complessità, in tutte le sue sfumature.
L’altro pregio di Mine vaganti è l’ironia, che pervade ogni scena, anche quelle più drammatiche, persino quelle impregnate di morte. E questo senso di positività, di cui il film trasuda, è l’arma migliore per far fronte alle asperità di un vita che non regala nulla. Soprattutto quando sei gay e devi nasconderlo, perché tuo padre morirebbe piuttosto che accettare che ti piacciono gli uomini e che non avrai mai un erede. Perché sei nato e cresciuto in una città meridionale impregnata di provincialismo e convenzionalismo, dove i mariti si fanno le amanti e le mogli fanno finta di non vedere, dove le figlie femmine non hanno il diritto di mettere bocca negli affari di famiglia, anche quando avrebbero l’intelligenza per farlo, e dove le donne sole non sono libere di frequentare gli uomini e la notte, se vogliono fare l’amore, devono gridare: «Al ladro, al ladro!».
È questa la realtà con cui Tommaso (Riccardo Scamarcio) e il suo segreto devono fare i conti. Conti che il giovane leccese ha sempre rimandato, con la scusa del trasferimento a Roma per motivi di studio. Ma, con il ritorno del ragazzo all’ovile per una questione di affari, tutti i nodi familiari vengono al pettine e questo succede, come da buona tradizione ozpetekiana, attorno a una tavola imbandita. Questa è una delle scene cruciali del film, ma mai come quella in cui la nonna di Tommaso (Ilaria Occhini), unica e vera mina vagante, si abbandona a un gesto che, nella sua tragica beffardaggine, ha il sapore del riscatto e della ribellione ad anni di volontà e sentimenti repressi. Il suo abbuffarsi di dolci per puro piacere, nonostante il diabete, è l’emblema assoluto della libertà. Una libertà che rende l’uomo padrone di sé e lo nobilita, persino quando lo uccide.
Nota di merito, oltre al regista, anche al suo cast e soprattutto a Riccardo Scamarcio, che qui ottiene la consacrazione definitiva di attore e non più solo di idolo delle ragazzine. Anche perché la scena in cui balla e canta davanti allo specchio, in perfetto stile “frocesco”, sulle note di una canzone femminile vagamente anni ’50, è l’antitesi della virilità tutto fisico e niente cervello: è il simbolo di un’intelligenza interpretativa sopra la media, oltre che di quella freschezza che fa vibrare e brillare l’intero film.
Voto: 8
Annalice Furfari
