Un film di Samuel Maoz. Con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran.
Drammatico, durata 90 min. Israele, Germania, Francia, Libano 2009. Bim, uscita venerdì 23 ottobre 2009. VM 14
Durante la guerra del Libano del 1982, quattro soldati israeliani si trovano a dirigere un carro armato. Sono tutti giovani e inesperti e non sanno a cosa vanno incontro. Gettati così repentinamente nella mischia, senza sapere realmente cos’è la guerra, capiranno che, in una situazione in cui gli ordini dall’alto sono confusi e contraddittori e in un ambiente buio e chiuso come quello del carro armato, da cui non si può vedere l’esterno chiaramente, esiste uno e un solo imperativo, per loro: sopravvivere. Obiettivo ben complicato, poiché nessuno dei quattro ha le competenze sufficienti per uscire dall’incubo.
La rappresentazione che il regista Samuel Maoz ci dà del carro armato è emblematica: come detto, è buio, chiuso, sporco, angusto, claustrofobico. Ogni minuto che passa, i visi e i corpi dei ragazzi diventano sempre più neri e sporchi. Eppure, il carro armato è l’unico posto dove i quattro protagonisti sono relativamente al sicuro, o almeno, lo sono più che al di fuori di esso. Già, perché le immagini dell’esterno, catturate dal mirino del cannone del carro armato, sono tutt’altro che rassicuranti per Shmuel, l’artigliere che del mirino dovrebbe servirsene per sparare, ma non ci riesce e quindi assiste impotente a ciò che succede fuori.
Un vecchio contadino con le braccia amputate muore in mezzo alle penne bianche delle sue galline colpite da una bomba, un asino agonizzante esala l’ultimo respiro mentre una lacrima gli scende dagli occhi semichiusi, una donna nuda piange la morte della figlia e cerca di coprirsi con degli stracci che trova per strada.
In pochi avevano avuto il coraggio di mostrare delle immagini così truci ma al contempo così struggenti. E tutte queste immagini, tutte queste scene, sono “incorniciate” dalla sagoma del mirino. Il puntatore si muove, spazia da una parte all’altra, sembra più una telecamera amatoriale di un avventato reporter che uno strumento bellico. Però la funzionalità è proprio quella di uccidere, distruggere, ed è questo che la sagoma del mirino ci ricorda.
Dentro il carro armato, i problemi, le tensioni e le crisi dei quattro protagonisti e, in più, la presenza di un prigioniero di guerra che sa già a cosa va incontro. Ognuno ha una sua storia, ma il tempo per raccontare qualcosa di se stessi è breve, la morte è lì dietro l’angolo che aspetta con spietato cinismo. Perché la morte non risparmia nessuno, né i “buoni” né i “cattivi”, ammesso che esistano.
Al film, Leone d’Oro a Venezia, è stato imputato di aver umanizzato i soldati israeliani a discapito dei civili libanesi che hanno perso la vita durante quella guerra. Una polemica inutile, non solo perché le già citate immagini esterne confutano ogni possibile presa di posizione da parte del regista per l’uno o l’altro schieramento, ma anche perché non avrebbe senso disumanizzare dei personaggi che per tutta la durata del film dimostrano il loro totale disinteresse per le questioni e le ragioni della guerra. No, qui l’obiettivo è comune per gli israeliani, quanto per i libanesi, come per i siriani (che sono finiti nel conflitto non si sa bene come, ma non è importante, ai quattro soldati non interessa): uscire vivi dall’inferno. È la guerra, signori.
Voto: 8/9
David Parasporo









