Lebanon

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , on dicembre 11, 2009 by annalicedavid

Un film di Samuel Maoz. Con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran.
Drammatico, durata 90 min. Israele, Germania, Francia, Libano 2009. Bim, uscita venerdì 23 ottobre 2009. VM 14

Durante la guerra del Libano del 1982, quattro soldati israeliani si trovano a dirigere un carro armato. Sono tutti giovani e inesperti e non sanno a cosa vanno incontro. Gettati così repentinamente nella mischia, senza sapere realmente cos’è la guerra, capiranno che, in una situazione in cui gli ordini dall’alto sono confusi e contraddittori e in un ambiente buio e chiuso come quello del carro armato, da cui non si può vedere l’esterno chiaramente, esiste uno e un solo imperativo, per loro: sopravvivere. Obiettivo ben complicato, poiché nessuno dei quattro ha le competenze sufficienti per uscire dall’incubo.

La rappresentazione che il regista Samuel Maoz ci dà del carro armato è emblematica: come detto, è buio, chiuso, sporco, angusto, claustrofobico. Ogni minuto che passa, i visi e i corpi dei ragazzi diventano sempre più neri e sporchi. Eppure, il carro armato è l’unico posto dove i quattro protagonisti sono relativamente al sicuro, o almeno, lo sono più che al di fuori di esso. Già, perché le immagini dell’esterno, catturate dal mirino del cannone del carro armato, sono tutt’altro che rassicuranti per Shmuel, l’artigliere che del mirino dovrebbe servirsene per sparare, ma non ci riesce e quindi assiste impotente a ciò che succede fuori.

Un vecchio contadino con le braccia amputate muore in mezzo alle penne bianche delle sue galline colpite da una bomba, un asino agonizzante esala l’ultimo respiro mentre una lacrima gli scende dagli occhi semichiusi, una donna nuda piange la morte della figlia e cerca di coprirsi con degli stracci che trova per strada.

In pochi avevano avuto il coraggio di mostrare delle immagini così truci ma al contempo così struggenti. E tutte queste immagini, tutte queste scene, sono “incorniciate” dalla sagoma del mirino. Il puntatore si muove, spazia da una parte all’altra, sembra più una telecamera amatoriale di un avventato reporter che uno strumento bellico. Però la funzionalità è proprio quella di uccidere, distruggere, ed è questo che la sagoma del mirino ci ricorda.

Dentro il carro armato, i problemi, le tensioni e le crisi dei quattro protagonisti e, in più, la presenza di un prigioniero di guerra che sa già a cosa va incontro. Ognuno ha una sua storia, ma il tempo per raccontare qualcosa di se stessi è breve, la morte è lì dietro l’angolo che aspetta con spietato cinismo. Perché la morte non risparmia nessuno, né i “buoni” né i “cattivi”, ammesso che esistano.

Al film, Leone d’Oro a Venezia, è stato imputato di aver umanizzato i soldati israeliani a discapito dei civili libanesi che hanno perso la vita durante quella guerra. Una polemica inutile, non solo perché le già citate immagini esterne confutano ogni possibile presa di posizione da parte del regista per l’uno o l’altro schieramento, ma anche perché non avrebbe senso disumanizzare dei personaggi che per tutta la durata del film dimostrano il loro totale disinteresse per le questioni e le ragioni della guerra. No, qui l’obiettivo è comune per gli israeliani, quanto per i libanesi, come per i siriani (che sono finiti nel conflitto non si sa bene come, ma non è importante, ai quattro soldati non interessa): uscire vivi dall’inferno. È la guerra, signori.

Voto: 8/9

David Parasporo

Il nastro bianco

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , on novembre 26, 2009 by annalicedavid

Un film di Michael Haneke. Con Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghart Klaußner.
Titolo originale: Das Weiße Band. Drammatico, durata 144 min. Austria, Francia, Germania 2009. Lucky Red, uscita venerdì 30 ottobre 2009.

Germania, 1912. L’apparente tranquillità di un villaggio protestante viene messa a repentaglio dal susseguirsi di incidenti spiacevoli e misteriosi. Prima, una fune trasparente tesa a mezz’aria provoca la caduta da cavallo del dottore del villaggio, che si infortuna gravemente e viene trasportato all’ospedale. Poi, la morte accidentale della moglie di un contadino al servizio del barone locale provoca forti dissidi fra i braccianti e il loro datore di lavoro. Ma questi due episodi saranno solo i primi di una lunga serie di misteriosi eventi che sconvolgeranno la piccola comunità. La già di per sé delicata situazione non viene agevolata dalla mentalità chiusa, dalla grettezza e dalla crudeltà che dimostrano gli abitanti del villaggio, soprattutto quando si tratta di educare i propri figli, che spesso subiscono punizioni corporali severissime e crescono in un clima di tensione repressa.

Il nastro bianco che viene legato sul braccio dei bambini è il simbolo dell’innocenza. Viene applicato quando il bimbo dimostra immaturità, viene tolto quando invece raggiunge un adeguato livello di maturità. Questo è il significato che gli adulti del villaggio danno a tale simbolo. Ma il nastro bianco è ben più di questo, in realtà: esso rappresenta il microcosmo stesso del villaggio, con tutta la sua crudeltà, la sua meschinità, la sua rabbia nascosta. Gli adulti lo legano alle braccia dei figli solo dopo averli picchiati selvaggiamente e quindi il nastro è il simbolo dello sfogo, dell’oppressione e del terrorismo che il genitore-mostro esercita sul figlio. E il figlio cova, fa crescere dentro di sé il rancore e la rabbia repressa, non si ribella apertamente, anche perché non potrebbe, a questo mondo così apparentemente perfetto. Ma l’apparenza inganna e il bambino in qualche modo dovrà far “esplodere” la sua rabbia, dovrà sfogarsi, proprio come il genitore che sfoga su di lui la sua mostruosità. Diventerà, anche lui, un piccolo mostro.

Il regista Michael Haneke (Il Tempo dei Lupi, Funny Games) torna dietro alla cinepresa con l’obiettivo di dimostrare una tesi ben precisa: non è infatti la semplice storia che interessa al regista, lo spettatore non deve concepire il film come un giallo, trascorrendo le due ore e mezza della visione a chiedersi chi sia il colpevole. No, ad Haneke interessa il messaggio che si nasconde dietro ai fatti rappresentati; vuole dimostrare che l’educazione, che la famiglia in primis, ma anche la scuola e la comunità riservano al bambino, è di estrema importanza perché è in grado di cambiare in positivo o in negativo il suo carattere e di determinare le sue azioni future. Tale messaggio potrebbe sembrare scontato, ma non lo è se, dietro le righe dell’educazione riservata dagli adulti della comunità protestante ai bambini, leggiamo uno dei motivi che hanno scatenato il nazismo nella società tedesca di vent’anni dopo.

Le premesse son buone, il film è ancora migliore: realizzata in un bianco e nero splendido, l’opera del regista austriaco è di una freddezza disarmante, è distaccata e angosciosamente cupa. La stessa fotografia in bianco e nero, unitamente a una telecamera che spesso e volentieri rimane fissa sulla scena per diversi minuti (questa è una delle cifre stilistiche di Haneke), conferisce allo spettatore non sentimenti passionali, non pathos, ma un senso di angoscia e di sbigottimento per ciò che vede. Il bianco e nero “dissangua” il film del suo colore, toglie la vita alla rappresentazione di un luogo che di vitale ha ben poco.

I lunghi silenzi sono, per usare un ossimoro, ancor più rumorosi delle parole. Certo, i dialoghi sono accuratissimi, ma lo scricchiolio di una porta che si chiude, o il vento che fa muovere le spighe di grano o le fronde degli alberi, si rivelano molto più oppressivi e angoscianti per lo spettatore. Tutto, del resto, lo è. Anche la musica è totalmente assente e il motivo, a questo punto, è chiaro e preciso: la musica suscita emozioni spesso forti, suscita passioni e sentimenti calorosi, ma, come detto, non è questo lo scopo di Haneke.
Dirigere un film nel quale non c’è musica, dai titoli di apertura a quelli di coda, genera l’effetto contrario, genera freddo, genera distacco e assenza di emozioni. Esattamente le sensazioni provate dai piccoli figli degli abitanti del villaggio. Oltre alla storia, alla regia, alla fotografia e alla sceneggiatura già citate, è questo forse il grande merito del film di Haneke, che gli è valso una (meritatissima) Palma d’Oro al Festival di Cannes, ovvero quello di generare nello spettatore le stesse sensazioni che provano i piccoli protagonisti nel film. Non c’è modo migliore per convincere qualcuno di qualcosa, che fargliela provare sulla pelle, per due ore e mezza.
Poi, lo spettatore esce dalla sala e si scrolla di dosso la tensione accumulata. I bambini invece restano imprigionati in questo mondo chiuso e senza via di uscita, continuano il loro processo di disumanizzazione. E a noi non resta che immaginarceli vestiti da SS vent’anni dopo.

Voto 9

David Parasporo

District 9

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , on ottobre 28, 2009 by annalicedavid

district 9

Un film di Neill Blomkamp. Con Sharlto Copley, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Marian Hooman.
Fantascienza, durata 112 min. USA 2009. Sony Pictures, uscita venerdì 25 settembre 2009.

Un’astronave aliena si ferma sopra la città sudafricana di Johannesburg. Ne usciranno dei minacciosi extraterrestri pronti a distruggere il nostro pianeta? Oppure farà capolino fuori la verde testa del nipote di E.T? Niente di tutto questo. Dentro ci sono circa due milioni di “gamberoni” (chiamati così dagli umani per la somiglianza con i crostacei), deperiti e in condizioni spaventose. Portati a terra, vengono isolati dalla città e posteggiati in una specie di bidonville per alieni, il cosiddetto District 9.
La presenza degli alieni scatena il panico nella metropoli africana: la gente scende in piazza a manifestare per rimandare gli alieni a casa propria; questi, impauriti a loro volta, perdono la testa e fuggono dal quartiere per derubare ciò che trovano in città. Aumentano il razzismo e le incomprensioni sociali.
Gli alieni, dal canto loro, la pensano esattamente come gli abitanti di Johannesburg: vogliono tornare a casa. Ma non dispongono di un telefono come E.T. Gli umani, invece, a mandarli a casa non ci pensano proprio: non sanno come far ripartire l’astronave. Vogliono però trasferirli nel Distretto 10, un nuovo quartiere dove possano vivere in condizioni migliori. La MNU, che gestisce le relazioni e gli affari con gli alieni, manda Wikus Van De Merwe, fresco di promozione, a sfrattarli tutti. Ma succederà qualcosa che cambierà radicalmente la sua vita e la storia dei gamberoni sul nostro pianeta…

La prima parte del film è documentaristica: lo sbarco degli alieni non avviene in tempo reale, ma viene raccontato esaurientemente dai funzionari della MNU intervistati da una televisione. Le scene all’interno del Distretto 9 sono girate con una camera a mano da quello che, nella finzione filmica, è l’operatore al seguito di Wikus. Nella seconda parte, invece, subentrano le frenetiche scene d’azione che impongono l’uso della consueta telecamera extrafilmica.

Un grande merito di District 9 è quello di mostrare gli alieni sotto una luce completamente nuova rispetto a tutti i film precedenti. Non siamo di fronte ai cattivoni de La Guerra dei Mondi, non c’è il bruttino, ma pur sempre dolce e carismatico E.T.
Il regista, Neill Blomkamp, opta per una soluzione meno fantascientifica o fiabesca a favore di una più reale e concreta: gli alieni sono semplicemente dei “diversi”, sono più deboli e sono trattati come delle bestie dagli umani. La situazione richiama, volutamente, quella degli immigrati d’oggigiorno. Spesso confinati in quartieri periferici, oggetto di razzismo, reagiscono con violenza e generano, senza volerlo, incomprensioni e odio. Ottima analisi sociologica. Purtroppo tutto ciò viene velocemente spiegato nella prima parte, con le interviste che ricostruiscono quanto accaduto dopo l’arrivo degli alieni. Nel resto del film non c’è spazio per riflessioni sociali, ma solo per molta, molta azione. Per fortuna, la trama è buona e, nonostante le forti esplosioni, gli inseguimenti e le sparatorie, viene mantenuto un discretissimo livello.

A guardare District 9, si potrebbe pensare seriamente che sia tratto da un videogioco. La trama è originale, come avviene spesso nei videogiochi; la parte qui definita documentaristica spesso nei videogiochi è presente come prologo per introdurre la vicenda; la telecamera intrafilmica si alterna a quella extrafilmica, altra peculiarità dei giochi per piattaforma; infine, dato più importante di tutti, la struttura del film è a “missioni”, nel senso che i protagonisti devono raggiungere un dato checkpoint da cui poi ripartire per quello successivo. Tutto ciò è ottimo per un videogioco appunto, ma in un film può diventare noioso e stancante. Comunque, District 9 resta un buon prodotto, che non solo non delude le attese, ma anzi riesce a sorprendere positivamente. Da vedere.

David Parasporo

Voto: 7,5

Videocracy

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , on ottobre 12, 2009 by annalicedavid

locandina videocracy

Un film di Erik Gandini. Titolo originale Videocracy.  Documentario,  durata 85 min. Svezia  2009. Fandango,  uscita venerdì 4 settembre 2009.

Luci accecanti, balli sfrenati, sorrisi smaglianti, vestiti un po’ troppo corti, linguaggio sboccato. Fondamentalmente è questo il panorama che ci offre oggigiorno la televisione generalista italiana, gestita ormai da trent’anni dalla stessa persona: Silvio Berlusconi, imprenditore e Presidente del Consiglio. Tutti nel mondo dello spettacolo dipendono da lui, con una struttura vertiginosamente piramidale che parte dal basso, ovvero dai vari provini in cui si scelgono le ragazze con le tette più grosse o le persone più stravaganti, sale un po’ più su con i tronisti tatuati e scolpiti e con i vincitori di programmi come Grande Fratello e Amici di Maria De Filippi, poi arriva al burattinaio, l’agente televisivo Lele Mora. Ma anche lui, anche Lele Mora dipende da Berlusconi. Questo a discapito di (alcuni) dipendenti della televisione italiana che vorrebbero poter esprimere la propria libera opinione senza costrizione; a discapito di tutti coloro che vorrebbero far carriera onestamente nella tv generalista e che, per un motivo o per un altro, ne sono esclusi; e a discapito, in particolare, di tutti i cittadini italiani che ogni giorno rincretiniscono sempre di più di fronte a programmi insulsi e volgari: la cosiddetta tv-spazzatura, in poche parole.

Il sottotitolo, in sostanza, spiega la “profonda” filosofia che sta alla base della tv del Bel Paese: basta apparire. Se lo dice anche Lele Mora, con quel suo sorriso ebete stampato sul faccione, allora c’è da crederci. E infatti la tv è popolata da esibizionisti, i provini per  Grande Fratello sono un inferno di gente di tutti i tipi che sgomita per ottenere una fetta di successo. Lo share, da casa, è alle stelle, perché bambini, adulti, vecchi (ma soprattutto adolescenti) guardano questi programmi immedesimandosi nei protagonisti. Vedono donne bellissime e sorridenti, vedono uomini abbronzati e pieni di se stessi e si fermano a questa apparenza: perché, se osservassero con un minimo di attenzione, noterebbero che questa tv opera una spaventosa mercificazione dell’individuo, svuotandolo della propria personalità e facendone un prodotto appetibile per il grande pubblico. In un contesto come questo è logico che nascano personaggi come Fabrizio Corona, il paladino della giustizia, il Robin Hood moderno che “ruba ai ricchi per dare a se stesso”, la (presunta) vittima del sistema, che fotografa i vip in situazioni per loro “scomode” e li ricatta. Processato, condannato al carcere, liberato dopo 80 giorni, ora guadagna un sacco di soldi e ha fondato la catena di abbigliamento “Corona’s”. Bella vittima. Strano, poi, che sia un grande amico di Lele Mora, che lo ha accolto sotto la sua ala protettiva, come figlio prediletto.

Questo ed altro, nel documentario del regista italo-svedese Erik Gandini. La voce fuori campo, dello stesso regista, spiega e introduce le immagini delle scene più significative. Molto spesso, però, lascia parlare i diretti interessati, ovvero Lele Mora, Fabrizio Corona e altri, che si confessano davanti alla telecamera senza pudore.

Un documentario senza dubbio interessante, girato molto bene, pungente, ironico, a tratti strabiliante per delle immagini e delle parole che, agli occhi di chi non è abituato a vederle tutti i giorni, sembra impossibile siano reali. Ed è proprio questo il punto debole del film: sono in pochi, almeno in Italia, a non essere abituati a vedere certe immagini tutti i giorni. D’altronde, basta accendere, a una qualsiasi ora, la tv su un canale a caso, per vedere scene spesso anche più incredibili di quelle presenti in Videocracy. In sostanza, tutto bello e tutto vero, sì, ma niente di nuovo sotto il sole, per il cittadino italiano. Soprattutto perché i milioni di italiani cui questo film servirebbe, una buona volta, per aprire gli occhi (e la mente) difficilmente andranno a vederlo. Per tutti gli altri, come detto, nulla di nuovo.

Inoltre, il documentario è stato vittima del sistema che Gandini ha tanto criticato: la concentrazione del potere mediatico nelle mani di un solo personaggio, la sempre meno concreta libertà di stampa. Perché Videocracy, in Italia, non è stato per niente pubblicizzato. Tanto la RAI, quanto Mediaset, si sono rifiutate di mandare in onda il trailer. Altro motivo per cui gli assidui spettatori della tv pubblica non avranno l’occasione di vedere il film. Invece, l’opera potrebbe risultare un prodotto di importanza non indifferente all’estero, dove molte caratteristiche del mondo dello spettacolo italiano sono sconosciute. Sicuramente, vedere ciò che chi è al potere “combina” in Italia, potrebbe lasciare a bocca aperta coloro che vivono in Paesi in cui la libertà di stampa non è un optional.

Voto: 7,5

David Parasporo

Bastardi senza gloria

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 9, 2009 by annalicedavid

locandina bastardi senza gloria

Un film di Quentin Tarantino. Con Brad Pitt, Eli Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane Kruger, Mélanie Laurent.
Titolo originale: Inglourious Basterds. Azione, durata 160 min. USA, Germania 2009. Universal Pictures, uscita venerdì 2 ottobre 2009.

Tremate, tremate, Quentin Tarantino è tornato.
Ed è tornato alla grande, con un film ambientato ai tempi dell’occupazione nazista della Francia, che condensa e sublima tutti i cardini del suo cinema, quello dei tempi migliori, di Pulp Fiction e Le iene.
Bastardi senza gloria declina, in sole due ore e mezza, il meglio dell’universo targato Tarantino.
Innanzi tutto, l’amore sconfinato per il cinema, che trasuda da ogni foro della pellicola, e soprattutto per gli “spaghetti western” alla Sergio Leone, rievocati con insistenza dalla colonna sonora firmata Ennio Morricone e dallo stile delle sparatorie a tutto campo, e per i “B movies”, vale a dire i film a basso budget realizzati in Italia negli anni Settanta. Del resto, l’opera stessa si ispira a una di queste pellicole di serie B, Quel maledetto treno blindato, diretto da Enzo Castellari nel 1978.
Le citazioni  e i riferimenti cinematografici (persino visivi, giacché la maggior parte delle scene è ambientata in un cinema francese, colmo di nastri di pellicola e locandine) sono continui, in particolare ai capolavorari dei registi tedeschi Ernst Lubitsch e Georg Wilhelm Pabst, entrambi costretti ad allontanarsi dalla Germania nazista e a riparare negli Stati Uniti.

In secondo luogo, il tema della vendetta, predominante in ogni film del cineasta. Anche stavolta l’intreccio si basa sul bisogno viscerale della giovane protagonista ebrea di vendicare un torto subito: il massacro della sua famiglia per mano di un plotone di soldati delle SS. Guarda caso, è sempre una donna che deve rifarsi dei soprusi e delle prepotenze altrui e, come sempre, è biondissima e bellissima, anche se non ha il corpo e il volto di Uma Thurman (musa prediletta del regista), bensì quello della francese Melanie Laurent. E ancora una volta, in un mondo dominato dall’iniquità e dall’ingiustizia, neppure i buoni lo sono fino in fondo, dato che l’odio genera solo altro odio e ogni atto di violenza innesca una spirale di vendetta che contamina anche i puri e che è destinata a perpetuarsi all’infinito, di padre in figlio. Nessuno, quindi, ha la possibilità di espiare le proprie colpe o di salvarsi dalla dannazione eterna del male.
Anche il gruppetto di soldati americani, inviato in missione speciale in Francia per fare razzia di SS, è animato dal sacro fuoco della vendetta, ma il godimento con cui questi ragazzoni (capeggiati da un grintoso ed esaltato Brad Pitt, sempre perfetto, qualsiasi ruolo incarni) si accaniscono sui nazisti, con tanto di truce scalpello finale, disvela un impellente bisogno di sfogare il sadismo, piuttosto che il pio desiderio di vendicare le vite strappate dei poveri ebrei. Ecco, quindi, che torna l’estetizzazione della violenza, tanto cara al cinema di Tarantino, con le sue forme esplicite, per stomaci forti, e i suoi colori accesi, con prevalenza del rosso sangue, che denuda tutta l’insensatezza del mondo.

Immancabili sono, poi, i dialoghi continui e serrati, in stile tipicamente tarantiniano, che, pur essendo spesso interminabili e non avendo attinenza diretta con l’intreccio, conferiscono ritmo e velocità e costituiscono il gradevolissimo strumento con cui il regista-sceneggiatore saggia la sua intelligenza e il suo acume.
Fa nuovamente capolino l’ossessione feticista del cineasta per i piedi di donna (come dimenticare quelli di Uma Thurman in Pulp fiction e Kill Billl…), dalle unghie rigorosamente laccate di rosso, che qui svolgono anche un ruolo ben preciso all’interno della trama.
Non mancano neppure la suddivisione del film in capitoli e gli inserti grafici in stile fumetto, per non parlare della tensione che trasuda da ogni scena, esaltata dal continuo cambiamento di lingua, a rendere perfettamente il senso di straniamento del personaggio di turno.

Chi ama il cinema di Tarantino non può non subire il fascino di Bastardi senza gloria, delle sue inquadrature estetizzanti, del ritmo serrato e delle scene caratterizzate da un’ingenuità talmente “vintage” da renderle straordinariamente uniche e innovative nel panorama cinematografico attuale.
Merito al cineasta va anche in qualità di soggettista e sceneggiatore, soprattutto per aver concepito il personaggio del colonnello Hans Landa (impersonato da un supremo Christoph Waltz, che ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile al 62esimo Festival di Cannes), con tutte le sfaccettature comportamentali che fanno di lui il protoipo del nazista furbo e zelante.
Insomma, Tarantino è tornato in splendida forma ed è un piacere per chi è ancora convinto che il cinema sia un’arte a tutti gli effetti.

Voto: 9

Annalice Furfari

Katyn

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , on ottobre 8, 2009 by annalicedavid

katyn

Un film di Andrzej Wajda. Con Andrzej Chyra, Maja Ostaszewska, Artur Zmijewski, Danuta Stenka, Jan Englert.
Drammatico, durata 117 min. Polonia 2007. Movimento Film, uscita venerdì 13 febbraio 2009.

Settembre 1939: la Polonia è stretta fra due fuochi. Da una parte i tedeschi di Hitler; dall’altra i sovietici di Stalin. Più di diciottomila ufficiali dell’esercito polacco vengono arrestati dai russi e, quasi un anno dopo, giustiziati nella foresta di Katyn, su ordine di Stalin.

Il regista Andrzej Wajda non si sofferma a lungo sul periodo della tragedia: preferisce slittare al 1945 e raccontare il calvario vissuto dai familiari delle vittime, dalle mogli, dalle madri, dalle sorelle, dai figli. Un doppio calvario, anzi, visto che da una parte c’è il dolore per i morti, dall’altra l’impotenza di fronte a un regime che non permette la libertà di compiangere i propri cari e scarica la colpa dell’accaduto ai nazisti, perseguitando chi osa sostenere il contrario. Gli eroi quindi non sono, come di consueto, i soldati, ma tutti coloro che sono rimasti a casa e sono sopravvissuti. E allora chi meglio di Wajda, che a Katyn ha perso il padre, potrebbe trasportare sullo schermo le emozioni che migliaia di famiglie polacche hanno provato?

Il dolore è uguale per tutti, ma, si sa, ognuno reagisce a modo suo. Così abbiamo Anna, il cui marito, ufficiale polacco, non è tornato a casa, ma non fa parte della lista dei morti di Katyn. Anna vive, quindi, tra l’illusione che egli sia ancora vivo e lo struggente timore che ci sia stato un errore. Agnieszka e Irene sanno bene che il loro fratello è morto: l’una, però, non riesce a vivere nella menzogna che la strage a Katyn sia stata compiuta dai nazisti e sente il disperato bisogno di far emergere a tutti i costi la verità, non piegandosi ai soprusi dei più forti; l’altra, invece, ha deciso che è meglio tirare avanti e si è ricostruita una vita. C’è anche chi, sopravvissuto al massacro e ritornato a casa, non riesce ad accettare di essere salvo e vive nel rimorso, e chi, ancora giovane, cerca di ribellarsi al regime dei sovietici ma è impotente. E questo è un tema centrale nel film, l’impotenza. Perché, a ben vedere, tutti i protagonisti sono inermi di fronte a qualcosa che è più grande di loro. Molti cercano di opporsi, senza successo, ma anche coloro che non reagiscono vivono una vita svuotata dal lutto e senza uno scopo.

Pur concentrandosi sul “dopo Katyn”, Wajda non tralascia di descrivere i palpitanti giorni che precedono la strage, ovviamente dal punto di vista dei soldati. E sono scene ricche di pathos, un pathos non inferiore a quello presente nel resto del film. Gli ufficiali, prima chiusi in una sorta di prigione, poi trasportati a Katyn su treni piccoli, angusti e bui, sono abbandonati al loro destino, un destino che ancora non conoscono, ma il pubblico sì, e ciò aumenta l’angoscia di chi guarda il film.

Non manca il tocco del maestro nella scena finale, l’unica veramente cruenta, che saprà trascinare lo spettatore.

Ben diretto e ben interpretato, Katyn sancisce il ritorno sullo schermo del grande regista, dopo 17 anni di attesa. Evidentemente, ne è valsa la pena, anche se il film in Italia è uscito in sordina. A buon intenditor poche parole.

Voto: 8,5

David Parasporo

Baarìa

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , on ottobre 6, 2009 by annalicedavid

locandina Baarìa

Un film di Giuseppe Tornatore. Con Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Angela Molina, Lina Sastri.
Drammatico, durata 150 min. – Italia, Francia 2009. Medusa, uscita venerdì 25 settembre 2009.

La storia privata di una famiglia che vive a Bagheria, nella provincia di Palermo, si intreccia alla grande Storia, quella che attraversa e sconvolge l’Italia intera per un cinquantennio, partendo dalle asprezze del regime fascista, passando per la Seconda guerra mondiale e finendo con il dopoguerra, i suoi impetuosi mutamenti economici e le sue agitazioni sociali.
Il nuovo film di Giuseppe Tornatore è un affresco dettagliato, magniloquente, pomposo, degli avvenimenti più rilevanti del Novecento italiano, scrutato con gli occhi di tre generazioni, che crescono e si avvicendano negli stessi luoghi e li vedono cambiare.
La grande Storia resta comuque sullo sfondo delle vicende private. E così diventiamo partecipi del percorso di vita di  Ciccio, un povero pecoraio che coltiva la passione per i libri e i poemi cavallereschi, del figlio Peppino e del nipote Pietro.
È soprattutto Peppino (Francesco Scianna) a catalizzare l’attenzione dello spettatore, con il suo idealismo e il suo desiderio di giustizia, che lo spingono a farsi strada nel partito comunista del dopoguerra, per contribuire alla costruzione di un mondo migliore. Ma è proprio questo fervore politico che lo muove a essere poco pratico e concreto. La sua attitudine sognatrice, il suo «brutto carattere», gli creano non poche vicissitudini nella storia d’amore con la bellissima Mannina (Margareth Madè), però, nell’universo di Tornatore, le difficoltà dell’indigenza possono essere superate, o quantomeno addolcite, con l’ironia e la capacità di arrabattarsi tipiche dei siciliani “doc”.

Ed è proprio la Sicilia la vera protagonista di Baarìa, come spesso avviene nei film di Tornatore. La  Sicilia di provincia, quella dei colori accesi, della gente che vive per strada, dei gesti enfatici, del dialetto strillato, delle caprette al pascolo e delle galline sgozzate, delle montagne imponenti e del mare cristallino, dell’orgoglio di vivere con onestà, senza scendere a compromessi con la mafia, anche in mezzo alla miseria.
Una Sicilia vera, non da cartolina né da luoghi comuni, quella Sicilia d’altri tempi che è evidentemente rimasta nella mente e nel cuore del regista.
Il suo obiettivo sembra, infatti, quello di dedicare un tributo alla sua terra natale, piuttosto che di raccontare una storia in particolare. Anche perché la storia delle famiglie di Peppino e Mannina potrebbe essere quella di tante altre famiglie della Sicilia non ancora smembrata da cemento e orrori architettonici moderni. In fondo, ciò che conta è celebrare il ricordo, affinché si mantenga per sempre, persino nel pensiero di chi quella Sicilia non ha avuto la fortuna di viverla e amarla.

Quasi maniacale è l’ossessione del cineasta nei confronti dei dettagli visivi, così come la cura nella scelta delle comparse, che in realtà sono celebrità del cinema nostrano (da Raoul Bova a Laura Chiatti, da Ficarra e Picone a Leo Gullotta, da Michele Placido a Luigi Lo Cascio, da Monica Bellucci a Tony Sperandeo, da Beppe Fiorello a Giorgio Faletti, da Aldo Baglio a Donatella Finocchiaro, da Vincenzo Salemme a Nino Frassica), e ancora una volta trionfa la prolissità, con quasi tre ore di girato. Anche Baarìa poteva tranquillamente fare a meno di alcune scene. Ma questo è Tornatore e o lo si odia o lo si ama.

Voto: 7,5

Annalice Furfari

S. Darko

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , on settembre 21, 2009 by annalicedavid

s darko

Un film di Chris Fisher. Con Daveigh Chase, Briana Evigan, Jackson Rathbone, Ed Westwick, Elizabeth Berkley.
Drammatico, durata 103 min. USA 2009. Moviemax, uscita venerdì 21 agosto 2009.

Sono passati ormai sette anni da quando Donnie Darko è rimasto ucciso da un motore di aereoplano caduto sulla sua camera mentre dormiva. La sorella maggiore si è sposata, la minore (Daveigh Chase) è in viaggio verso la California con la sua amica del cuore (Brian Evigan) per inseguire il sogno di diventare ballerina. Ma la loro auto ha un guasto nei pressi di una piccola cittadina, Conejo Springs, e le due ragazze sono costrette a fermarsi in paese per un po’. E ripartono gli incastri fra mondi paralleli, che qui sono addirittura tre, contro i due del primo film.

Guardando S. Darko si ha la sensazione di assistere alla brutta, bruttissima copia del predecessore. L’idea di base è ovviamente la stessa (e quindi è buona, anzi ottima), ma per il resto tutto è cambiato, a partire dalla regia: Richard Kelly è nettamente superiore a Chris Fisher.
Le differenze fra gli attori sono abissali: i bravissimi Jake Gyllenhaal, Patrick Swayze e Drew Barrymore del primo film non hanno niente da spartire con questi volti perlopiù sconosciuti al pubblico non americano. I protagonisti, infatti, sono quasi tutti adolescenti acerbi che hanno ancora molto da dimostrare.
Anche la sceneggiatura è cambiata (in peggio): quella del primo film era seria (come la regia e gli attori) ed era destinata ad un pubblico adulto, questa assomiglia molto ad altre sceneggiature di film da teenager, come Twilight. Ed è questo che, alla fine, S. Darko è, un film per teenager.
Tutto è semplificato e anche molto confuso rispetto alla prima pellicola: della teoria dei viaggi nel tempo, molto complessa e spiegata a dovere nel primo film, non resta quasi nulla. I due fratelli, poi, svolgono ruoli completamente diversi: Donnie si sacrificava per salvare il proprio mondo, il coniglio lo avvisava del tempo che scorreva e gli suggeriva il da farsi. Qui è Samantha che interpreta la parte del coniglio, mentre sono rispettivamente l’amica Corey e Iraq Jack (James Lafferty, abbastanza simile per fisico a Jake Gyllenhaal, ma indubbiamente privo della sua bravura) a svolgere il sacrificio che fu di Donnie. Basta questo a confondere le idee.
Nel film del 2001, poi, alla storia di Donnie facevano da sfondo un mosaico di vicende di uomini e donne tristi e soli, che vagavano, totalmente persi, in un mondo forse non loro. Qui si tenta di ricomporre il mosaico in maniera molto semplificata, ma ogni singola vicenda viene prima presa e poi lasciata a metà e incompiuta.
Come paragonare l’ambiguo pastore John di S. Darko al tormentato e magnifico Patrick Swayze del primo film? L’uno sembra riprendere l’altro, ma la storia del pastore è praticamente decontestualizzata e priva di significato. E come paragonare Trudy (Elizabeth Berkley), del sequel, a Drew Barrymore, del predecessore? Impossibile.
Una delle ultime scene di Donnie Darko, forse la più bella di tutto il film, in cui la splendida canzone Mad World accompagna i primi piani dei “gregari” di Donnie, rende penoso il tentativo di replica nel sequel.
A discapito dell’ultima fatica di Chris Fisher possiamo dire che, sebbene il confronto con la prima pellicola renda il sequel imbarazzante, presa in sé e per sé questa opera non è completamente da buttare, vuoi per l’idea che, come detto, è ottima, vuoi perchè comunque c’è molto di peggio in giro.

Voto: 6

David Parasporo

The Mist

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , on settembre 17, 2009 by annalicedavid

locandina the mist

Un film di Frank Darabont. Con Thomas Jane, Marcia Gay Harden, Andre Braugher, Laurie Holden, Toby Jones.
Horror, durata 127 min. USA 2007. Key Films, uscita venerdì 10 ottobre 2008. – VM 14

Una tempesta notturna particolarmente violenta mette a soqquadro gli abitanti di un modesto paese del Maine, negli Stati Uniti. La mattina seguente, David (Thomas Jane) si dirige al supermercato col figlioletto Billy per comperare gli attrezzi necessari per riparare ai danni; l’albero del vicino Brent Norton (Andre Braugher) è, infatti, crollato sulla rimessa della sua casa.
All’improvviso, una fitta e densa nebbia comincia ad avvolgere la tranquilla cittadina. Nel supermercato entra un anziano abitante del paese, coperto di sangue, urlando che un suo amico è stato inghiottito dalla nebbia e non è più uscito. Da fuori provengono strani rumori e grida, e le persone presenti nel supermercato sono costrette a barricarvisi dentro. I pochi che, straziati dall’ansia e dall’interminabile attesa, provano ad uscire, non percorrono più di un centinaio di metri. Ben presto, la folla spaventata del supermercato si accorgerà che nella misteriosa nebbia si nascondono strane creature con intenzioni poco amichevoli. Il panico e il terrore cominciano a insinuarsi fra i presenti.
In questo clima di tensione e paura generale, avrà gioco facile la
signora Carmody (una splendida Marcia Gay Harden), una pazza fanatica che convincerà la maggior parte dei presenti che si è giunti al giorno del Giudizio Universale: bisogna redimersi dai propri peccati e accettare serenamente la morte. Solo un piccolo gruppo, composto da David, Amanda (Laurie Holden), Toby (Ollie Weeks) e pochi altri, tenterà di opporsi alla follia che ormai si è impadronita delle persone presenti nel supermercato.

Frank Darabont è un regista che nella sua carriera ha diretto dei veri e propri capolavori (Il Miglio Verde e Le Ali Della Libertà), ma si è sempre parlato più dei suoi film che di lui. Moltissimi conoscono Il Miglio Verde, pochi sono quelli che conoscono Darabont. Eppure questo regista francese ha dimostrato che di cinema se ne intende, eccome.

The Mist è un film horror, ma presenta delle particolarità che lo rendono unico nel suo genere. Darabont, infatti, non si preoccupa più di tanto di spiegare le cause della misteriosa nebbia: sì, alla fine l’arcano verrà svelato, ma nell’opera questo è un particolare quasi privo di importanza. Il regista preferisce concentrarsi sull’animo umano messo di fronte alle sue paure più nascoste.
Secondo la sua teoria, infatti, l’uomo impaurito tende a regredire alla condizione primitiva, perdendo la razionalità e soprattutto l’individualità, per riunirsi in un “branco“, come fanno i lupi. Questi esseri umani, defraudati della propria virilità, messi a nudo e smarriti, cercano disperatamente di trovare un’ancora di salvezza. Non importa se è astrusa o incredibile, per loro sarà sufficiente. E, come nella preistoria gli uomini si riunivano attorno al fuoco, in questo piccolo microcosmo delimitato da scaffali pieni di cibi in scatola e porte scorrevoli, essi troveranno la loro via di scampo nell’espiazione professata dalla signora Carmody. La pazza diventerà il capobranco, una sorta di Leviatano che avrà potere su tutto e tutti. I mostruosi insetti che, di notte, sono attratti dalle luci del supermercato, vengono da lei interpretati come le cavallette che scendono dal cielo, e gli uccelli affamati che li mangiano diventano gli angeli mandati in terra per ripulirla: insomma, semplici fenomeni naturali vengono ricondotti forzatamente a un’azione divina.

Pensando all’attualità, potrebbe essere una provocazione quella di Darabont? Forse. O forse è solo una costatazione di come un gran numero di gente stia perdendo la propria individualità per entrare in una logica di massa sempre più folle e senza limiti. Comunque sia, sta di fatto che solo una minoranza all’interno del supermercato mantiene la razionalità e la lucidità necessarie per tentare di uscire da una situazione difficilissima. Il branco, privo del suo capo, è abbandonato al proprio destino, ma lo sono anche questi improbabili eroi che, usciti allo scoperto, vengono sopraffatti da un fato crudele e spietato.
Allora non c’è scampo per nessuno? No: con un preziosissimo fotogramma nei secondi finali, Darabont conclude la sua teoria: ci mostra, infatti, una donna che era uscita all’inizio dal supermercato alla ricerca dei propri figli, da sola perchè nessuno si era offerto di aiutarla per paura. Ora è salva con la prole su una vettura dell’esercito. Come dire, alla fine vince chi agisce prima che sia troppo tardi, chi anticipa la follia del branco e il destino crudele: vince, insomma, chi ha il coraggio di uscire subito allo scoperto. Gli altri, chi per un motivo e chi per un altro, sono costretti a rimanere nella nebbia. Pochi altri registi sarebbero stati in grado di dire così tanto con un solo fotogramma. E pochi registi sarebbero stati in grado di fare di un film horror una riuscita metafora della vita in una maniera così sottile e implicita.

Regista sottovalutato, film sottovalutato. Peccato, perché di film così densi di significato se ne fanno pochi ormai.

VOTO: 8,5

David Parasporo

Revolutionary road

Posted in Cinema, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , , on luglio 31, 2009 by annalicedavid

locandina revolutionary road

Un film di Sam Mendes. Con Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Kathryn Hahn, David Harbour, Ryan Simpkins.
Drammatico, durata 119 min. USA, Gran Bretagna 2008. Universal Pictures, uscita venerdì 30 gennaio 2009

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